CONCLUSIONI SEZIONE LETTERATURA
Questo ha voluto essere un piccolo riepilogo, si spera esaustivo, delle tendenze dal seicento ad oggi; con particolare attenzione verso alcuni autori da noi maggiormente amati e ritenuti rappresentativi. Abbiamo concepito e creato questo lavoro, nella consapevolezza che ogni piccolo frammento che ci ha trasmesso ognuno di questi autori, più o meno consapevolmente, è una perla preziosa e noi creando e sintetizzando questa summa di saggezza ci auspichiamo di trasmettere tutta la vastità e ricchezza di emozioni che l’approccio a queste opere ci ha suscitato. Ed è come se nel tentativo di diffonderla e sottolineare la sua bellezza noi la sentissimo ancora più nostra, condividendo quello che il saggio James Joyce ha detto un tempo:
«Quando hai una cosa, questa può esserti tolta. Quando tu la dai, l'hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre.
domenica 6 dicembre 2009
James Joyce
A nostro parere bellissima ed esemplificativa della malinconia, dell’agitazione, della mancanza di certezze, della disperazione e della paura del periodo in cui è stata scritta è questa poesia dell’autore irlandese:
A Prayer ( From Pomes Penyeach 1927)
Again!
Come, give, yield all your strength to me!
From far a low word breathes on the breaking brain
Its cruel calm, submission's misery,
Gentling her awe as to a soul predestined.
Cease, silent love! My doom!
Blind me with your dark nearness,
O have mercy, beloved enemy of my will!
I dare not withstand the cold touch that I dread.
Draw from me still
My slow life!
Bend deeper on me, threatening head,
Proud by my downfall, remembering, pitying
Him who is, him who was! Again!
Together, folded by the night, they lay on earth. I hearFrom far her low word breathe on my breaking brain.
Come! I yield.
Bend deeper upon me! I am here.
Subduer, do not leave me!
Only joy, only anguish,
Take me, save me, soothe me, O spare me!
A Prayer ( From Pomes Penyeach 1927)
Again!
Come, give, yield all your strength to me!
From far a low word breathes on the breaking brain
Its cruel calm, submission's misery,
Gentling her awe as to a soul predestined.
Cease, silent love! My doom!
Blind me with your dark nearness,
O have mercy, beloved enemy of my will!
I dare not withstand the cold touch that I dread.
Draw from me still
My slow life!
Bend deeper on me, threatening head,
Proud by my downfall, remembering, pitying
Him who is, him who was! Again!
Together, folded by the night, they lay on earth. I hearFrom far her low word breathe on my breaking brain.
Come! I yield.
Bend deeper upon me! I am here.
Subduer, do not leave me!
Only joy, only anguish,
Take me, save me, soothe me, O spare me!
Il novecento inglese
IL NOVECENTO
Due conflitti mondiali, una grave depressione economica e il clima di austerità che segnò il secondo dopoguerra aiutano a spiegare le tendenze della letteratura inglese nel XX secolo. I numerosi scrittori che subirono la crisi successiva alla prima guerra mondiale cominciarono a mettere in discussione i valori tradizionali della civiltà occidentale, e sperimentarono inedite forme letterarie in grado di fornire strumenti per esprimere nuove esperienze collettive oppure nuovi aspetti della sensibilità individuale.
Scritti negli anni precedenti la prima guerra mondiale, i primi romanzi di Edward Morgan Forster (Camera con vista, 1908; Casa Howard, 1910) mostrarono le fratture dell’edificio sociale su cui si reggeva la vita dell’alta borghesia intellettuale. Alle convenzioni tanto oppressive da soffocare l’individualità, Forster contrappose una fiducia semplice e intuitiva negli impulsi più profondi dell’istinto. Nel suo romanzo più famoso, Passaggio in India (1924), unì questi temi a un’analisi della distanza sociale che separava in India la classe dirigente inglese da un contatto autentico con i nativi. Anche nei romanzi di David Herbert Lawrence (Figli e amanti, 1913; Donne innamorate, 1921; L’amante di Lady Chatterley, 1928) si ritrova il desiderio di sfuggire agli artifici, all’eccessivo intellettualismo e al freddo materialismo del mondo moderno, per tornare alle radici primordiali e inconsce della vita.
Radicale nella sperimentazione di nuove modalità formali fu lo scrittore irlandese James Joyce, che nel romanzo Ulisse (1922) adottò le unità aristoteliche di tempo (una sola giornata) e di luogo (Dublino) per descrivere le gesta di personaggi comuni dotati di risonanze mitiche, all’interno di una struttura archetipa ispirata all’Odissea di Omero. Con Finnegans Wake (1939) Joyce si spinse oltre, creando un linguaggio così articolato e complesso da trasformarsi in un gigantesco gioco di parole che riecheggia tutti gli idiomi del mondo. L’altra grande figura dello sperimentalismo nell’ambito della tecnica narrativa fu, in quegli stessi anni, Virginia Woolf, che dopo aver superato le tecniche tradizionali si affidò nei suoi romanzi (La signora Dalloway, 1925; Gita al faro, 1927; Le onde, 1931) alla forma libera e mobile dello stream of consciousness (“flusso di coscienza”), già utilizzata da Joyce. Con uno stile definito “puntinismo lirico” (il richiamo è alla tecnica puntinista in pittura), la prosa woolfiana riesce a rendere, in immagini vivide e straordinariamente fantasiose, la multiforme essenza del pensiero, la percezione del mondo, l’intensità aerea e sfuggente dell’attimo che si trasforma in momento di visione nello scorrere opaco del tempo.
Significativi quanto difficilmente collegabili a precise scuole letterarie sono autori come Ivy Compton-Burnett, Evelyn Waugh e Graham Greene. La conflittualità ideologica degli anni Trenta e Quaranta, infine, trova voce soprattutto nell’opera di George Orwell, che nelle sue allegorie (La fattoria degli animali, 1945) e nelle sue satire (1984, 1949) denunciò gli orrori del totalitarismo.
Poche tendenze definibili sono emerse nella narrativa inglese dal dopoguerra a oggi, se si esclude il gruppo dei “giovani arrabbiati” degli anni Cinquanta e Sessanta: Kingsley Amis, John Wain, John Braine e Alan Sillitoe. Alla formulazione del cliché del “giovane arrabbiato” contribuì il romanzo Sotto la rete (1954) di Iris Murdoch, autrice di numerosi testi narrativi, fra cui Una testa tagliata (1961).
Altri scrittori di talento sono stati Anthony Burgess, celebre soprattutto per la dura rappresentazione della violenza giovanile in Un’arancia a orologeria (1962), da cui fu tratto il celebre film Arancia meccanica, diretto da Stanley Kubrick; John Le Carré, autore di popolari e complessi romanzi di spionaggio quali La spia che venne dal freddo (1963), Casa Russia (1989), Direttore di notte (1993); William Golding, che si cimentò nella sperimentazione delle forme narrative per offrire lucide indagini sulla coscienza morale e sociale. L’opera più celebre di Golding è Il signore delle mosche (1954), portato sullo schermo da Peter Brook nel 1963. Di grande interesse è anche l’opera narrativa di Doris Lessing, che dagli iniziali Racconti africani (1951) passò a romanzi sempre più complessi e articolati che analizzano il ruolo della donna nella società contemporanea (Il taccuino d’oro, 1962). Fra gli autori emersi nel dopoguerra e attivi fra gli anni Sessanta e Settanta sono da segnalare anche John Fowles, autore di La donna del tenente francese (1969), Angus Wilson e Muriel Spark.
Una cupa visione della realtà caratterizza molti romanzi degli anni Ottanta, sempre più concentrati sulla rappresentazione dell’ambizione e dell’individualismo dominanti nella società capitalistica. Uno degli autori più imitati della sua generazione, Martin Amis, figlio di Kingsley Amis, dà vita a feroci satire animate da personaggi grotteschi e caricaturali (Successo, 1978; Denaro, 1984). Analogo pessimismo si ritrova nei romanzi di Ian McEwan, che narrano spesso vicende di perversione e depravazione.
Una forte componente femminista è presente nei romanzi di Angela Carter, mentre un’accurata indagine critica dei valori che contraddistinguono la cultura inglese viene svolta da uno scrittore di origine giapponese, Ishiguro Kazuo (Quel che resta del giorno, 1989). Da ricordare sono anche le opere di una serie di accademici di professione che affiancano all’insegnamento e all’attività critica quella di narratori: i campus novels (romanzi di ambiente universitario) di David Lodge (a lui si deve anche l’importante saggio intitolato L’arte della narrazione, 1966) e di Malcolm Bradbury, i romanzi incentrati su tematiche femminili delle sorelle Margaret Drabble e Antonia Byatt. Peter Ackroyd, autore anche di importanti biografie di scrittori quali Ezra Pound (1980) e Dickens (1990), ha invece ripreso la tradizione del romanzo storico. Interessante è anche l’avvento di una narrativa che affronta i temi culturali legati all’omosessualità (Jeanette Winterson, Alan Hollinghurst e Adam Mars Jones).
Notevoli sono i contributi alla narrativa anglofona giunti dagli scrittori delle ex colonie britanniche, che hanno esplorato da prospettive diverse il passato coloniale e il suo retaggio nella realtà sociale dei loro paesi: in questo senso, gli scrittori più significativi sono, oltre a V.S. Naipaul che cominciò a scrivere negli anni Cinquanta, Ruth Prawer Jhabvala e soprattutto Salman Rushdie, tutti di origine indiana.
Due dei maggiori poeti moderni sono emblematici della ricerca di un equilibrio armonico fra innovazione e tradizione. L’irlandese William Butler Yeats trasse spunto inizialmente dall’antico folclore irlandese, sviluppando un ricco linguaggio poetico di cui è un esempio significativo il poema La torre (1928). Thomas Stearns Eliot, nato negli Stati Uniti, raggiunse la celebrità con il poema La terra desolata (1922). Grazie a multiformi richiami simbolici alla storia e alla tradizione, Eliot espresse la disillusione e il senso di tragica sterilità che gli intellettuali avvertivano nell’epoca compresa fra le due guerre. Fondamentali sono anche le opere successive del poeta, che testimoniano il suo percorso spirituale verso la riconquista della fede religiosa.
Notevolissima fu l’opera di Gerard Manley Hopkins, poeta vittoriano la cui opera venne pubblicata postuma soltanto a partire dal 1918, influenzando le sperimentazioni stilistiche e metriche di intere generazioni. Testimoni degli orrori della prima guerra mondiale sono poeti come Siegfried Sassoon, Wilfred Owen e Robert Graves. Appartengono a una generazione successiva Wystan Hugh Auden, Stephen Spender e Cecil Day-Lewis, accomunati dall’impegno sociale e politico quanto dall’opposizione ai miti della società borghese e ai nascenti totalitarismi. Ai vertici dello sperimentalismo si colloca l’esuberante e visionaria poesia del gallese Dylan Thomas, la cui morte, nel 1953, segnò il momento di passaggio verso una nuova generazione di poeti. Figure di rilievo in quest’ambito sono state Philip Larkin, Kingsley Amis, Thomas Gunn e Ted Hughes, che appartennero al gruppo poetico chiamato The Movement; a loro si contrapposero i poeti degli anni Sessanta – Adrian Henry, Roger McGough, Brian Patten e Adrian Mitchell – che, influenzati dalla Beat Generation americana, predilessero ritmi più liberi e temi più impegnati.
A partire dagli anni Settanta hanno dato importanti contributi i poeti nordirlandesi Paul Muldoon, Tom Paulin e soprattutto Seamus Heaney, che nel 1995 venne insignito del premio Nobel per la letteratura.
La produzione teatrale del primo Novecento annovera, accanto alle ultime opere di George Bernard Shaw, quelle di un altro irlandese, Sean O’Casey, interprete, insieme a Yeats, del “rinascimento celtico”. Altri autori di rilievo nella drammaturgia di inizio secolo furono James Matthew Barrie, autore di Peter Pan (1904), John Galsworthy e William Somerset Maugham, oggi noti soprattutto come narratori.
Negli anni Cinquanta, il gruppo degli “arrabbiati” conferì una forza nuova al teatro inglese. Drammaturghi come John Osborne, Arnold Wesker e John Arden si concentrarono sulla rappresentazione delle classi operaie, denunciandone la miseria, la mediocrità e l’esigenza di riscatto sociale. Personalità significative furono anche quelle dell’irlandese Brendan Behan e di Harold Pinter, autore di opere che danno voce al disagio e alle nevrosi dell’uomo contemporaneo. Grande ispiratore di Pinter è uno dei più significativi autori del teatro novecentesco, Samuel Beckett (di origine irlandese ma a lungo residente in Francia), tragico e sarcastico interprete del nichilismo in capolavori quali Aspettando Godot (1952) e Giorni felici (1963).
Vanno segnalate, infine, le opere di Joe Orton e quelle di Tom Stoppard. Quest’ultimo è l’autore della commedia surreale Rosencrantz e Guildenstern sono morti (1966), che Stoppard stesso portò sugli schermi nel 1990.
Autore rappresentativo: James Joyce
Due conflitti mondiali, una grave depressione economica e il clima di austerità che segnò il secondo dopoguerra aiutano a spiegare le tendenze della letteratura inglese nel XX secolo. I numerosi scrittori che subirono la crisi successiva alla prima guerra mondiale cominciarono a mettere in discussione i valori tradizionali della civiltà occidentale, e sperimentarono inedite forme letterarie in grado di fornire strumenti per esprimere nuove esperienze collettive oppure nuovi aspetti della sensibilità individuale.
Scritti negli anni precedenti la prima guerra mondiale, i primi romanzi di Edward Morgan Forster (Camera con vista, 1908; Casa Howard, 1910) mostrarono le fratture dell’edificio sociale su cui si reggeva la vita dell’alta borghesia intellettuale. Alle convenzioni tanto oppressive da soffocare l’individualità, Forster contrappose una fiducia semplice e intuitiva negli impulsi più profondi dell’istinto. Nel suo romanzo più famoso, Passaggio in India (1924), unì questi temi a un’analisi della distanza sociale che separava in India la classe dirigente inglese da un contatto autentico con i nativi. Anche nei romanzi di David Herbert Lawrence (Figli e amanti, 1913; Donne innamorate, 1921; L’amante di Lady Chatterley, 1928) si ritrova il desiderio di sfuggire agli artifici, all’eccessivo intellettualismo e al freddo materialismo del mondo moderno, per tornare alle radici primordiali e inconsce della vita.
Radicale nella sperimentazione di nuove modalità formali fu lo scrittore irlandese James Joyce, che nel romanzo Ulisse (1922) adottò le unità aristoteliche di tempo (una sola giornata) e di luogo (Dublino) per descrivere le gesta di personaggi comuni dotati di risonanze mitiche, all’interno di una struttura archetipa ispirata all’Odissea di Omero. Con Finnegans Wake (1939) Joyce si spinse oltre, creando un linguaggio così articolato e complesso da trasformarsi in un gigantesco gioco di parole che riecheggia tutti gli idiomi del mondo. L’altra grande figura dello sperimentalismo nell’ambito della tecnica narrativa fu, in quegli stessi anni, Virginia Woolf, che dopo aver superato le tecniche tradizionali si affidò nei suoi romanzi (La signora Dalloway, 1925; Gita al faro, 1927; Le onde, 1931) alla forma libera e mobile dello stream of consciousness (“flusso di coscienza”), già utilizzata da Joyce. Con uno stile definito “puntinismo lirico” (il richiamo è alla tecnica puntinista in pittura), la prosa woolfiana riesce a rendere, in immagini vivide e straordinariamente fantasiose, la multiforme essenza del pensiero, la percezione del mondo, l’intensità aerea e sfuggente dell’attimo che si trasforma in momento di visione nello scorrere opaco del tempo.
Significativi quanto difficilmente collegabili a precise scuole letterarie sono autori come Ivy Compton-Burnett, Evelyn Waugh e Graham Greene. La conflittualità ideologica degli anni Trenta e Quaranta, infine, trova voce soprattutto nell’opera di George Orwell, che nelle sue allegorie (La fattoria degli animali, 1945) e nelle sue satire (1984, 1949) denunciò gli orrori del totalitarismo.
Poche tendenze definibili sono emerse nella narrativa inglese dal dopoguerra a oggi, se si esclude il gruppo dei “giovani arrabbiati” degli anni Cinquanta e Sessanta: Kingsley Amis, John Wain, John Braine e Alan Sillitoe. Alla formulazione del cliché del “giovane arrabbiato” contribuì il romanzo Sotto la rete (1954) di Iris Murdoch, autrice di numerosi testi narrativi, fra cui Una testa tagliata (1961).
Altri scrittori di talento sono stati Anthony Burgess, celebre soprattutto per la dura rappresentazione della violenza giovanile in Un’arancia a orologeria (1962), da cui fu tratto il celebre film Arancia meccanica, diretto da Stanley Kubrick; John Le Carré, autore di popolari e complessi romanzi di spionaggio quali La spia che venne dal freddo (1963), Casa Russia (1989), Direttore di notte (1993); William Golding, che si cimentò nella sperimentazione delle forme narrative per offrire lucide indagini sulla coscienza morale e sociale. L’opera più celebre di Golding è Il signore delle mosche (1954), portato sullo schermo da Peter Brook nel 1963. Di grande interesse è anche l’opera narrativa di Doris Lessing, che dagli iniziali Racconti africani (1951) passò a romanzi sempre più complessi e articolati che analizzano il ruolo della donna nella società contemporanea (Il taccuino d’oro, 1962). Fra gli autori emersi nel dopoguerra e attivi fra gli anni Sessanta e Settanta sono da segnalare anche John Fowles, autore di La donna del tenente francese (1969), Angus Wilson e Muriel Spark.
Una cupa visione della realtà caratterizza molti romanzi degli anni Ottanta, sempre più concentrati sulla rappresentazione dell’ambizione e dell’individualismo dominanti nella società capitalistica. Uno degli autori più imitati della sua generazione, Martin Amis, figlio di Kingsley Amis, dà vita a feroci satire animate da personaggi grotteschi e caricaturali (Successo, 1978; Denaro, 1984). Analogo pessimismo si ritrova nei romanzi di Ian McEwan, che narrano spesso vicende di perversione e depravazione.
Una forte componente femminista è presente nei romanzi di Angela Carter, mentre un’accurata indagine critica dei valori che contraddistinguono la cultura inglese viene svolta da uno scrittore di origine giapponese, Ishiguro Kazuo (Quel che resta del giorno, 1989). Da ricordare sono anche le opere di una serie di accademici di professione che affiancano all’insegnamento e all’attività critica quella di narratori: i campus novels (romanzi di ambiente universitario) di David Lodge (a lui si deve anche l’importante saggio intitolato L’arte della narrazione, 1966) e di Malcolm Bradbury, i romanzi incentrati su tematiche femminili delle sorelle Margaret Drabble e Antonia Byatt. Peter Ackroyd, autore anche di importanti biografie di scrittori quali Ezra Pound (1980) e Dickens (1990), ha invece ripreso la tradizione del romanzo storico. Interessante è anche l’avvento di una narrativa che affronta i temi culturali legati all’omosessualità (Jeanette Winterson, Alan Hollinghurst e Adam Mars Jones).
Notevoli sono i contributi alla narrativa anglofona giunti dagli scrittori delle ex colonie britanniche, che hanno esplorato da prospettive diverse il passato coloniale e il suo retaggio nella realtà sociale dei loro paesi: in questo senso, gli scrittori più significativi sono, oltre a V.S. Naipaul che cominciò a scrivere negli anni Cinquanta, Ruth Prawer Jhabvala e soprattutto Salman Rushdie, tutti di origine indiana.
Due dei maggiori poeti moderni sono emblematici della ricerca di un equilibrio armonico fra innovazione e tradizione. L’irlandese William Butler Yeats trasse spunto inizialmente dall’antico folclore irlandese, sviluppando un ricco linguaggio poetico di cui è un esempio significativo il poema La torre (1928). Thomas Stearns Eliot, nato negli Stati Uniti, raggiunse la celebrità con il poema La terra desolata (1922). Grazie a multiformi richiami simbolici alla storia e alla tradizione, Eliot espresse la disillusione e il senso di tragica sterilità che gli intellettuali avvertivano nell’epoca compresa fra le due guerre. Fondamentali sono anche le opere successive del poeta, che testimoniano il suo percorso spirituale verso la riconquista della fede religiosa.
Notevolissima fu l’opera di Gerard Manley Hopkins, poeta vittoriano la cui opera venne pubblicata postuma soltanto a partire dal 1918, influenzando le sperimentazioni stilistiche e metriche di intere generazioni. Testimoni degli orrori della prima guerra mondiale sono poeti come Siegfried Sassoon, Wilfred Owen e Robert Graves. Appartengono a una generazione successiva Wystan Hugh Auden, Stephen Spender e Cecil Day-Lewis, accomunati dall’impegno sociale e politico quanto dall’opposizione ai miti della società borghese e ai nascenti totalitarismi. Ai vertici dello sperimentalismo si colloca l’esuberante e visionaria poesia del gallese Dylan Thomas, la cui morte, nel 1953, segnò il momento di passaggio verso una nuova generazione di poeti. Figure di rilievo in quest’ambito sono state Philip Larkin, Kingsley Amis, Thomas Gunn e Ted Hughes, che appartennero al gruppo poetico chiamato The Movement; a loro si contrapposero i poeti degli anni Sessanta – Adrian Henry, Roger McGough, Brian Patten e Adrian Mitchell – che, influenzati dalla Beat Generation americana, predilessero ritmi più liberi e temi più impegnati.
A partire dagli anni Settanta hanno dato importanti contributi i poeti nordirlandesi Paul Muldoon, Tom Paulin e soprattutto Seamus Heaney, che nel 1995 venne insignito del premio Nobel per la letteratura.
La produzione teatrale del primo Novecento annovera, accanto alle ultime opere di George Bernard Shaw, quelle di un altro irlandese, Sean O’Casey, interprete, insieme a Yeats, del “rinascimento celtico”. Altri autori di rilievo nella drammaturgia di inizio secolo furono James Matthew Barrie, autore di Peter Pan (1904), John Galsworthy e William Somerset Maugham, oggi noti soprattutto come narratori.
Negli anni Cinquanta, il gruppo degli “arrabbiati” conferì una forza nuova al teatro inglese. Drammaturghi come John Osborne, Arnold Wesker e John Arden si concentrarono sulla rappresentazione delle classi operaie, denunciandone la miseria, la mediocrità e l’esigenza di riscatto sociale. Personalità significative furono anche quelle dell’irlandese Brendan Behan e di Harold Pinter, autore di opere che danno voce al disagio e alle nevrosi dell’uomo contemporaneo. Grande ispiratore di Pinter è uno dei più significativi autori del teatro novecentesco, Samuel Beckett (di origine irlandese ma a lungo residente in Francia), tragico e sarcastico interprete del nichilismo in capolavori quali Aspettando Godot (1952) e Giorni felici (1963).
Vanno segnalate, infine, le opere di Joe Orton e quelle di Tom Stoppard. Quest’ultimo è l’autore della commedia surreale Rosencrantz e Guildenstern sono morti (1966), che Stoppard stesso portò sugli schermi nel 1990.
Autore rappresentativo: James Joyce
Kipling, poesia If...
KIPLING, SE…
Pur non volendo cadere nella banalità, non si può far a meno di mettere in rilievo la figura di Rudyard Kipling, artista figlio di artisti, giornalista e autore di bellissimi racconti che vanno dalla tematica dell’infanzia infelice, al rapporto amoroso fra due culture, fino alle narrazioni per ragazzi. Questo autore per certi versi scettico e disilluso, mantiene sempre il suo rigore e i suoi principi; il suo sguardo ironico e le sue parole incisive vanno dritte all’animo del lettore che è reso parte integrante dei suoi discorsi. Nonostante le sue sofferenze riesce sempre a mantenere il suo contegno, il suo distacco e la sua lucidità.
Esemplificativa è If, poesia che dedica al figlio John, che purtroppo perirà tragicamente in guerra:
If you can keep your head when all about you Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,Or being lied about, don't deal in lies,Or being hated, don't give way to hating, And yet don't look too good, nor talk too wise:
If you can dream - and not make dreams your master;
If you can think - and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you've spoken Twisted by knaves to make a trap for fools,Or watch the things you gave your life to, broken, And stoop and build 'em up with worn-out tools:
If you can make one heap of all your winnings And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: 'Hold on!'
If you can talk with crowds and keep your virtue,'
Or walk with Kings - nor lose the common touch, if neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And - which is more - you'll be a Man, my son![1]
[1] Kipling, Rudyard, Complete Verse, definitive edition, Anchor books, New York, 1989.
Pur non volendo cadere nella banalità, non si può far a meno di mettere in rilievo la figura di Rudyard Kipling, artista figlio di artisti, giornalista e autore di bellissimi racconti che vanno dalla tematica dell’infanzia infelice, al rapporto amoroso fra due culture, fino alle narrazioni per ragazzi. Questo autore per certi versi scettico e disilluso, mantiene sempre il suo rigore e i suoi principi; il suo sguardo ironico e le sue parole incisive vanno dritte all’animo del lettore che è reso parte integrante dei suoi discorsi. Nonostante le sue sofferenze riesce sempre a mantenere il suo contegno, il suo distacco e la sua lucidità.
Esemplificativa è If, poesia che dedica al figlio John, che purtroppo perirà tragicamente in guerra:
If you can keep your head when all about you Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,Or being lied about, don't deal in lies,Or being hated, don't give way to hating, And yet don't look too good, nor talk too wise:
If you can dream - and not make dreams your master;
If you can think - and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you've spoken Twisted by knaves to make a trap for fools,Or watch the things you gave your life to, broken, And stoop and build 'em up with worn-out tools:
If you can make one heap of all your winnings And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: 'Hold on!'
If you can talk with crowds and keep your virtue,'
Or walk with Kings - nor lose the common touch, if neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And - which is more - you'll be a Man, my son![1]
[1] Kipling, Rudyard, Complete Verse, definitive edition, Anchor books, New York, 1989.
Il periodo Vittoriano
PERIODO VITTORIANO
L’età vittoriana (dal 1837 al 1901: rispettivamente, l’anno dell’incoronazione e quello della morte della regina Vittoria) fu un periodo caratterizzato da profondi mutamenti sociali, che spinsero gli scrittori a prendere posizione su temi di immediato e comune interesse. Anche se forme letterarie tipicamente romantiche continuarono a dominare per gran parte del secolo, molti scrittori diressero la loro attenzione a temi quali la crescita della democrazia inglese, l’educazione delle masse, le difficili condizioni di vita degli operai, il progresso industriale e l’affermazione di una filosofia materialistica. A ciò si aggiunse il dubbio insinuatosi nelle credenze religiose a causa delle nuove scoperte scientifiche, soprattutto la teoria dell’evoluzione e lo studio storico della Bibbia, che indussero molti intellettuali a indagare con nuovo interesse problemi legati ai concetti di fede e verità.
La ricca produzione in prosa del periodo è dovuta a grandi scrittori che presero posizione nei più importanti dibattiti sociali: mentre lo storico Thomas Babington Macaulay esprimeva, con prosa limpida e toni equilibrati, la soddisfazione e la fiducia della borghesia inglese nei confronti del progresso economico, John Henry Newman si schierava contro il materialismo e lo scetticismo dell’epoca, auspicando il recupero della fede cristiana. Altrettanto critico nei confronti del materialismo e dell’utilitarismo, Thomas Carlyle, influenzato dalla filosofia idealista tedesca, proponeva il culto del lavoro come manifestazione dell’energia che muove l’universo e un’austera religiosità attraverso la quale riscoprire il valore e la nobiltà dell’esistenza. D’altro genere furono le risposte elaborate da due raffinati scrittori vittoriani come John Ruskin e Walter Pater, entrambi critici nei confronti della civiltà industriale e interessati al recupero di una dimensione estetica. In Ruskin tale dimensione è ancora profondamente legata a una visione etica e sociale dell’arte, mentre in Pater si limita all’affermazione del principio dell’“arte per l’arte”, dando luogo a un elegante e prezioso edonismo antivittoriano, che susciterà l’entusiasmo della generazione decadente. Nel momento in cui l’estetica romantica cedette il passo all’osservazione accurata delle relazioni sociali e dei problemi individuali, il romanzo divenne la forma dominante all’interno della letteratura vittoriana. Il graduale passaggio tra le due fasi è individuabile, all’inizio dell’Ottocento, nei romanzi di Jane Austen (Orgoglio e pregiudizio, 1813; Emma, 1816). Erede dei grandi romanzieri del Settecento e raffinata indagatrice di ambienti domestici e provinciali, la Austen analizzò sottili tensioni e tormenti segreti in un serrato gioco di rapporti interpersonali. Negli stessi anni, il romanzo storico di Walter Scott (Ivanhoe, 1819) stabiliva una tendenza alla ricostruzione favolosa del passato contro la quale gli scrittori realisti avrebbero in seguito reagito. Soltanto con Charles Dickens e William Makepeace Thackeray iniziò il processo di maturazione che avrebbe poi portato alla coerente indagine delle motivazioni psicologiche, dei condizionamenti sociali e della loro interazione. I romanzi di Dickens (Oliver Twist, 1837-1839; David Copperfield, 1849-50; Grandi speranze, 1861) mostrano la sua straordinaria abilità nel denunciare con durezza i problemi sociali, creando nel contempo un universo di personaggi indimenticabili, ritratti con affettuoso umorismo e gusto per la caricatura. La tendenza al sentimentalismo, a cui Dickens spesso indulgeva, è meno marcata nei romanzi di Thackeray (come La fiera della vanità, 1847-48), in cui l’autore si concentrò sull’analisi degli ambienti della media e alta borghesia, mostrando una notevole maestria nella creazione dei personaggi e nel controllo dello stile: doti che, tuttavia, non gli consentirono di stabilire con i lettori il rapporto immediato che riuscì invece a instaurare Dickens. Altre figure importanti del romanzo vittoriano furono Anthony Trollope, celebre per le sue indagini, pervase di garbata ironia, degli ambienti ecclesiastici e dei circoli politici; Emily Brontë, che può essere considerata un’erede del romanticismo per la forza selvaggia con cui rappresentò turbamenti e passioni in Cime tempestose (1847); George Meredith, scrittore difficile e sofisticato, di cui oggi si ricorda soprattutto L’egoista (1879); Thomas Hardy, che negli ultimi decenni del secolo scrisse romanzi segnati da un cupo pessimismo circa le possibilità dell’uomo di modificare il proprio destino. Robert Louis Stevenson, Rudyard Kipling e Joseph Conrad perseguirono un recupero della narrativa di azione e di avventura, scegliendo ambientazioni esotiche come sfondo a romanzi di formazione, ad acute analisi dei rapporti sociali e razziali, o a enigmatiche esplorazioni della psiche umana. Vero manifesto del decadentismo europeo è invece Il ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde. Un’altra tendenza fu quella di Enoch Arnold Bennett e John Galsworthy, che rappresentarono il loro tempo con grande accuratezza realistica. L’interesse per i problemi sociali accomuna questi autori a Herbert George Wells, oggi ricordato soprattutto come pioniere della fantascienza. Come gran parte dei prosatori, anche i tre maggiori poeti dell’età vittoriana, Alfred Tennyson, Robert Browning e Matthew Arnold, indagarono temi sociali. Segnato dalla formazione romantica, Tennyson affrontò problemi di fede religiosa, mutamenti sociali e potere politico, soprattutto nell’elegia In memoriam (1850) e negli Idilli del re (1859), elaborando uno stile e scegliendo posizioni conservatrici che contrastavano con la corroborante asprezza della poesia di Robert Browning, autore di numerose raccolte poetiche fra cui Campane e melograni (1847), Uomini e donne (1855), Dramatis Personae (1864). Acuto critico letterario oltre che poeta, Matthew Arnold espresse in componimenti come Dover Beach (1867) un amaro e disilluso pessimismo, temperato da un profondo senso di responsabilità nei confronti del destino umano in tempi di rapida trasformazione. In posizione antitetica rispetto ai valori di impegno sociale, didattico e conoscitivo, decisamente più vicina alla cultura estetico-decadente di fine secolo, era invece la poesia di Algernon Charles Swinburne, Dante Gabriel Rossetti e William Morris. Gli ultimi due furono anche celebri artisti, legati al movimento preraffaellita, i cui adepti si proponevano di liberare la creatività dal materialismo e dal realismo più convenzionale per ricondurla a una più complessa autenticità conoscitiva. In quel periodo il rapporto fra la letteratura e le arti visive fu particolarmente intenso e significativo: i temi pittorici riecheggiavano spesso le composizioni poetiche più apprezzate dell’epoca, o si ispiravano alle rielaborazioni moderne della tradizione classica e medievale. L’impegno politico e morale ispirò le opere dell’irlandese George Bernard Shaw, che più di chiunque altro si adoperò per riportare il teatro, irrigidito nelle convenzioni della farsa e del melodramma, a una più vivace e concreta rappresentazione della realtà. Ispirandosi anche alle più innovative teorie economiche e filosofiche, con poderosa vena satirica sferrò spietati attacchi al perbenismo, all’ipocrisia e alla mentalità conformista dell’epoca.
Nell’ultimo scorcio di secolo occupa un posto di particolare rilievo l’opera teatrale di Oscar Wilde. Le sue quattro commedie Il ventaglio di Lady Windermere (1892), Una donna senza importanza (1893), Un marito ideale (1895) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (1895) costituiscono forse il migliore esempio di teatro brillante, non privo di caustici spunti di satira sociale. Più rispondente alla sua sensibilità estetizzante e decadente è invece il dramma Salòmè, scritto in francese nel 1891 e pensato per la recitazione della grande attrice Sarah Bernhardt.
Autore rappresentativo: Ruyard Kipling
L’età vittoriana (dal 1837 al 1901: rispettivamente, l’anno dell’incoronazione e quello della morte della regina Vittoria) fu un periodo caratterizzato da profondi mutamenti sociali, che spinsero gli scrittori a prendere posizione su temi di immediato e comune interesse. Anche se forme letterarie tipicamente romantiche continuarono a dominare per gran parte del secolo, molti scrittori diressero la loro attenzione a temi quali la crescita della democrazia inglese, l’educazione delle masse, le difficili condizioni di vita degli operai, il progresso industriale e l’affermazione di una filosofia materialistica. A ciò si aggiunse il dubbio insinuatosi nelle credenze religiose a causa delle nuove scoperte scientifiche, soprattutto la teoria dell’evoluzione e lo studio storico della Bibbia, che indussero molti intellettuali a indagare con nuovo interesse problemi legati ai concetti di fede e verità.
La ricca produzione in prosa del periodo è dovuta a grandi scrittori che presero posizione nei più importanti dibattiti sociali: mentre lo storico Thomas Babington Macaulay esprimeva, con prosa limpida e toni equilibrati, la soddisfazione e la fiducia della borghesia inglese nei confronti del progresso economico, John Henry Newman si schierava contro il materialismo e lo scetticismo dell’epoca, auspicando il recupero della fede cristiana. Altrettanto critico nei confronti del materialismo e dell’utilitarismo, Thomas Carlyle, influenzato dalla filosofia idealista tedesca, proponeva il culto del lavoro come manifestazione dell’energia che muove l’universo e un’austera religiosità attraverso la quale riscoprire il valore e la nobiltà dell’esistenza. D’altro genere furono le risposte elaborate da due raffinati scrittori vittoriani come John Ruskin e Walter Pater, entrambi critici nei confronti della civiltà industriale e interessati al recupero di una dimensione estetica. In Ruskin tale dimensione è ancora profondamente legata a una visione etica e sociale dell’arte, mentre in Pater si limita all’affermazione del principio dell’“arte per l’arte”, dando luogo a un elegante e prezioso edonismo antivittoriano, che susciterà l’entusiasmo della generazione decadente. Nel momento in cui l’estetica romantica cedette il passo all’osservazione accurata delle relazioni sociali e dei problemi individuali, il romanzo divenne la forma dominante all’interno della letteratura vittoriana. Il graduale passaggio tra le due fasi è individuabile, all’inizio dell’Ottocento, nei romanzi di Jane Austen (Orgoglio e pregiudizio, 1813; Emma, 1816). Erede dei grandi romanzieri del Settecento e raffinata indagatrice di ambienti domestici e provinciali, la Austen analizzò sottili tensioni e tormenti segreti in un serrato gioco di rapporti interpersonali. Negli stessi anni, il romanzo storico di Walter Scott (Ivanhoe, 1819) stabiliva una tendenza alla ricostruzione favolosa del passato contro la quale gli scrittori realisti avrebbero in seguito reagito. Soltanto con Charles Dickens e William Makepeace Thackeray iniziò il processo di maturazione che avrebbe poi portato alla coerente indagine delle motivazioni psicologiche, dei condizionamenti sociali e della loro interazione. I romanzi di Dickens (Oliver Twist, 1837-1839; David Copperfield, 1849-50; Grandi speranze, 1861) mostrano la sua straordinaria abilità nel denunciare con durezza i problemi sociali, creando nel contempo un universo di personaggi indimenticabili, ritratti con affettuoso umorismo e gusto per la caricatura. La tendenza al sentimentalismo, a cui Dickens spesso indulgeva, è meno marcata nei romanzi di Thackeray (come La fiera della vanità, 1847-48), in cui l’autore si concentrò sull’analisi degli ambienti della media e alta borghesia, mostrando una notevole maestria nella creazione dei personaggi e nel controllo dello stile: doti che, tuttavia, non gli consentirono di stabilire con i lettori il rapporto immediato che riuscì invece a instaurare Dickens. Altre figure importanti del romanzo vittoriano furono Anthony Trollope, celebre per le sue indagini, pervase di garbata ironia, degli ambienti ecclesiastici e dei circoli politici; Emily Brontë, che può essere considerata un’erede del romanticismo per la forza selvaggia con cui rappresentò turbamenti e passioni in Cime tempestose (1847); George Meredith, scrittore difficile e sofisticato, di cui oggi si ricorda soprattutto L’egoista (1879); Thomas Hardy, che negli ultimi decenni del secolo scrisse romanzi segnati da un cupo pessimismo circa le possibilità dell’uomo di modificare il proprio destino. Robert Louis Stevenson, Rudyard Kipling e Joseph Conrad perseguirono un recupero della narrativa di azione e di avventura, scegliendo ambientazioni esotiche come sfondo a romanzi di formazione, ad acute analisi dei rapporti sociali e razziali, o a enigmatiche esplorazioni della psiche umana. Vero manifesto del decadentismo europeo è invece Il ritratto di Dorian Gray (1891) di Oscar Wilde. Un’altra tendenza fu quella di Enoch Arnold Bennett e John Galsworthy, che rappresentarono il loro tempo con grande accuratezza realistica. L’interesse per i problemi sociali accomuna questi autori a Herbert George Wells, oggi ricordato soprattutto come pioniere della fantascienza. Come gran parte dei prosatori, anche i tre maggiori poeti dell’età vittoriana, Alfred Tennyson, Robert Browning e Matthew Arnold, indagarono temi sociali. Segnato dalla formazione romantica, Tennyson affrontò problemi di fede religiosa, mutamenti sociali e potere politico, soprattutto nell’elegia In memoriam (1850) e negli Idilli del re (1859), elaborando uno stile e scegliendo posizioni conservatrici che contrastavano con la corroborante asprezza della poesia di Robert Browning, autore di numerose raccolte poetiche fra cui Campane e melograni (1847), Uomini e donne (1855), Dramatis Personae (1864). Acuto critico letterario oltre che poeta, Matthew Arnold espresse in componimenti come Dover Beach (1867) un amaro e disilluso pessimismo, temperato da un profondo senso di responsabilità nei confronti del destino umano in tempi di rapida trasformazione. In posizione antitetica rispetto ai valori di impegno sociale, didattico e conoscitivo, decisamente più vicina alla cultura estetico-decadente di fine secolo, era invece la poesia di Algernon Charles Swinburne, Dante Gabriel Rossetti e William Morris. Gli ultimi due furono anche celebri artisti, legati al movimento preraffaellita, i cui adepti si proponevano di liberare la creatività dal materialismo e dal realismo più convenzionale per ricondurla a una più complessa autenticità conoscitiva. In quel periodo il rapporto fra la letteratura e le arti visive fu particolarmente intenso e significativo: i temi pittorici riecheggiavano spesso le composizioni poetiche più apprezzate dell’epoca, o si ispiravano alle rielaborazioni moderne della tradizione classica e medievale. L’impegno politico e morale ispirò le opere dell’irlandese George Bernard Shaw, che più di chiunque altro si adoperò per riportare il teatro, irrigidito nelle convenzioni della farsa e del melodramma, a una più vivace e concreta rappresentazione della realtà. Ispirandosi anche alle più innovative teorie economiche e filosofiche, con poderosa vena satirica sferrò spietati attacchi al perbenismo, all’ipocrisia e alla mentalità conformista dell’epoca.
Nell’ultimo scorcio di secolo occupa un posto di particolare rilievo l’opera teatrale di Oscar Wilde. Le sue quattro commedie Il ventaglio di Lady Windermere (1892), Una donna senza importanza (1893), Un marito ideale (1895) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (1895) costituiscono forse il migliore esempio di teatro brillante, non privo di caustici spunti di satira sociale. Più rispondente alla sua sensibilità estetizzante e decadente è invece il dramma Salòmè, scritto in francese nel 1891 e pensato per la recitazione della grande attrice Sarah Bernhardt.
Autore rappresentativo: Ruyard Kipling
La diffusione della narrativa gotica
LA DIFFUSIONE DELLA NARRATIVA GOTICA[1]
Nell’ambito del romanticismo emerge un nuovo tipo di letteratura che scaturisce dalle tendenze e dal clima culturale del periodo. La concezione aristotelica secondo cui la tragedia nel suo suscitare terrore e pietà porta alla catarsi viene trasferito da Burke in un nuovo contesto. Il dolore e il terrore possono essere fonte di diletto, un diletto che non è propriamente amabile o dolce ma una sorta di delizioso orrore, una tranquillità venata di terrore. Riferimenti a Shakespeare e Milton, citazioni e precisi echi strutturali e tematici sono presenti in tutta la cosiddetta narrativa “gotica” del tardo Settecento e primo Ottocento. Si tratta di un genere iniziato, in modo piuttosto consapevole, da Horace Walpole con la breve novella del 1764 The Castle of Otranto. Il massimo della sua fioritura si colloca negli ultimi anni del secolo, ma tracce del suo influsso, sono percepibili in tutta la letteratura inglese, dall’epoca delle Brontë e di Dickens sino ai giorni nostri. Tale piacevole orrore viene generato da scenari dominati da rovine e dall’ambientazione in un passato remoto. Prospera grazie al costante riferimento a strapiombi, torture e terrori, alla negromanzia, alla necrofilia e ai prodigi inquietanti. Si pasce di storie di possessione, morti improvvise, celle, sogni, diavolerie, spettri e profezie. La narrativa gotica è stata, ed è ancora, essenzialmente una reazione contro la sicurezza e la tranquillità, contro la stabilità politica e l’espansione commerciale; ma, soprattutto, il gotico è una sfida alla legge della ragione.
Di particolare rilievo è il Frankenstein di Mary Shelley che concepì il suo romanzo come un divertissment durante un’estate piovosa trascorsa in Svizzera assieme al marito e a Byron. Il tutto nacque dalla proposta per cui ogni membro del gruppo avrebbe dovuto scrivere una “storia di fantasmi”. Questa sfida costò all’autrice una notte insonne; ella sprofondò in uno stato di feconda semicoscienza nell’universo del terrore. Frankenstein, però, è ben più del ricordo di una notte in preda alla paura; il romanzo analizza a fondo la tematica della responsabilità morale e indaga sull’apparato di conoscenze a cui oggi diamo il nome di “scienza”. La tendenza, propria di Byron e dei membri della sua cerchia, a sviluppare le idee fino alle loro estreme conseguenze e a saggiare ogni sorta di sensazioni ed esperienze, si trasfigura qui in un esame delle possibili ripercussioni della sperimentazione e dell’esplorazione dell’ignoto. Al tempo stesso, però, questo capolavoro, è anche un’accurata e fantasiosa dissertazione sui principi della libertà e dei diritti umani tanto cari ai genitori della scrittrice e quindi insiti nella sua mentalità.
[1] Inizialmente il termine stava per “medievale” ma, alla fine del Settecento, il significato cambiò fino a voler dire “macabro”, “fantastico”, “soprannaturale”.
Nell’ambito del romanticismo emerge un nuovo tipo di letteratura che scaturisce dalle tendenze e dal clima culturale del periodo. La concezione aristotelica secondo cui la tragedia nel suo suscitare terrore e pietà porta alla catarsi viene trasferito da Burke in un nuovo contesto. Il dolore e il terrore possono essere fonte di diletto, un diletto che non è propriamente amabile o dolce ma una sorta di delizioso orrore, una tranquillità venata di terrore. Riferimenti a Shakespeare e Milton, citazioni e precisi echi strutturali e tematici sono presenti in tutta la cosiddetta narrativa “gotica” del tardo Settecento e primo Ottocento. Si tratta di un genere iniziato, in modo piuttosto consapevole, da Horace Walpole con la breve novella del 1764 The Castle of Otranto. Il massimo della sua fioritura si colloca negli ultimi anni del secolo, ma tracce del suo influsso, sono percepibili in tutta la letteratura inglese, dall’epoca delle Brontë e di Dickens sino ai giorni nostri. Tale piacevole orrore viene generato da scenari dominati da rovine e dall’ambientazione in un passato remoto. Prospera grazie al costante riferimento a strapiombi, torture e terrori, alla negromanzia, alla necrofilia e ai prodigi inquietanti. Si pasce di storie di possessione, morti improvvise, celle, sogni, diavolerie, spettri e profezie. La narrativa gotica è stata, ed è ancora, essenzialmente una reazione contro la sicurezza e la tranquillità, contro la stabilità politica e l’espansione commerciale; ma, soprattutto, il gotico è una sfida alla legge della ragione.
Di particolare rilievo è il Frankenstein di Mary Shelley che concepì il suo romanzo come un divertissment durante un’estate piovosa trascorsa in Svizzera assieme al marito e a Byron. Il tutto nacque dalla proposta per cui ogni membro del gruppo avrebbe dovuto scrivere una “storia di fantasmi”. Questa sfida costò all’autrice una notte insonne; ella sprofondò in uno stato di feconda semicoscienza nell’universo del terrore. Frankenstein, però, è ben più del ricordo di una notte in preda alla paura; il romanzo analizza a fondo la tematica della responsabilità morale e indaga sull’apparato di conoscenze a cui oggi diamo il nome di “scienza”. La tendenza, propria di Byron e dei membri della sua cerchia, a sviluppare le idee fino alle loro estreme conseguenze e a saggiare ogni sorta di sensazioni ed esperienze, si trasfigura qui in un esame delle possibili ripercussioni della sperimentazione e dell’esplorazione dell’ignoto. Al tempo stesso, però, questo capolavoro, è anche un’accurata e fantasiosa dissertazione sui principi della libertà e dei diritti umani tanto cari ai genitori della scrittrice e quindi insiti nella sua mentalità.
[1] Inizialmente il termine stava per “medievale” ma, alla fine del Settecento, il significato cambiò fino a voler dire “macabro”, “fantastico”, “soprannaturale”.
Blake, l'autore del romanticismo inglese
BLAKE
Abbiamo dedicato un paragrafo a parte per questo autore, che nonostante non fosse stato particolarmente apprezzato in vita, risulta essere affascinante e misterioso; caratteristiche che trasmette anche ai suoi lavori. Le opere che conobbero maggiore diffusione fra i contemporanei furono le raccolte di Songs of Innocence and of Experience, la prima delle quali fu stampata in soli ventidue esemplari, mentre nel volume che le comprendeva entrambe vennero tirate ventisette copie.
Le liriche di Blake possono e devono essere considerate legate alla tradizione innologica della poesia inglese. Le fonti e gli influssi letterari di questo autore spaziano dalla Bibbia e dalle strutture epiche d’ispirazione biblica di Dante e Milton alla poesia moraleggiante per l’infanzia di Isaac Watts; dagli inni di Charles Wesley alle testimonianze dell’eccentrico, visionario e mistico svedese Emanuel Swedenborg. Sotto molti punti di vista la sua produzione è eclettica e sincretistica al tempo stesso. Le sue opere sono pervase dal simbolismo, dalle immagini e dalle espressioni profetiche della Bibbia; tuttavia, come traspare dal poema Milton, Blake si identifica sia con l’autore di Paradise Lost, sia con gli angeli, caduti e non, che popolano la sua opera.
Blake affermò di avere ottenuto da Dio il dono della visione e di essere capace di tradurre le sue “illuminazioni” in disegni in cui si fondevano immagine e parola. Per quanto di ispirazione visionaria, questi disegni raggiungevano il pubblico al termine di un processo laborioso; lui, che aveva studiato l’arte dell’incisione, trasferiva il testo scritto di una poesia su una lastra di rame, correlandola di illustrazioni o decorazioni; poi provvedeva alla colorazione. Le “profezie” di Blake, hanno dato adito a molte interpretazioni, contorsioni o distorsioni critiche; in ogni caso, rimangono opere singolari, affascinanti, elusive e, talvolta, magnificamente irritanti e taglienti.
Forse la sua poesia più famosa ed enigmatica nella sua intraducibilità è The Tiger, proprio per questo abbiamo deciso di riportala qui a emblema dell’opera blakiana:
Tiger! Tiger! burning brightIn the forests of the night,What immortal hand or eyeCould frame thy fearful symmetry?In what distant deeps or skiesBurnt the fire of thine eyes?On what wings dare he aspire?What the hand dare seize the fire?And what shoulder, and what art,Could twist the sinews of thy heart?And when thy heart began to beat,What dread hand? and what dread feet?What the hammer? what the chain?In what furnace was thy brain?What the anvil? what dread graspDare its deadly terrors clasp?When the stars threw down their spears,And watered heaven with their tears,Did he smile his work to see?Did he who made the Lamb make thee?Tiger! Tiger! burning brightIn the forests of the night,What immortal hand or eyeDare frame thy fearful symmetry?[1]
[1] English Poetry II: From Collins to Fitzgerald. The Harvard Classics. 1909–14.
Abbiamo dedicato un paragrafo a parte per questo autore, che nonostante non fosse stato particolarmente apprezzato in vita, risulta essere affascinante e misterioso; caratteristiche che trasmette anche ai suoi lavori. Le opere che conobbero maggiore diffusione fra i contemporanei furono le raccolte di Songs of Innocence and of Experience, la prima delle quali fu stampata in soli ventidue esemplari, mentre nel volume che le comprendeva entrambe vennero tirate ventisette copie.
Le liriche di Blake possono e devono essere considerate legate alla tradizione innologica della poesia inglese. Le fonti e gli influssi letterari di questo autore spaziano dalla Bibbia e dalle strutture epiche d’ispirazione biblica di Dante e Milton alla poesia moraleggiante per l’infanzia di Isaac Watts; dagli inni di Charles Wesley alle testimonianze dell’eccentrico, visionario e mistico svedese Emanuel Swedenborg. Sotto molti punti di vista la sua produzione è eclettica e sincretistica al tempo stesso. Le sue opere sono pervase dal simbolismo, dalle immagini e dalle espressioni profetiche della Bibbia; tuttavia, come traspare dal poema Milton, Blake si identifica sia con l’autore di Paradise Lost, sia con gli angeli, caduti e non, che popolano la sua opera.
Blake affermò di avere ottenuto da Dio il dono della visione e di essere capace di tradurre le sue “illuminazioni” in disegni in cui si fondevano immagine e parola. Per quanto di ispirazione visionaria, questi disegni raggiungevano il pubblico al termine di un processo laborioso; lui, che aveva studiato l’arte dell’incisione, trasferiva il testo scritto di una poesia su una lastra di rame, correlandola di illustrazioni o decorazioni; poi provvedeva alla colorazione. Le “profezie” di Blake, hanno dato adito a molte interpretazioni, contorsioni o distorsioni critiche; in ogni caso, rimangono opere singolari, affascinanti, elusive e, talvolta, magnificamente irritanti e taglienti.
Forse la sua poesia più famosa ed enigmatica nella sua intraducibilità è The Tiger, proprio per questo abbiamo deciso di riportala qui a emblema dell’opera blakiana:
Tiger! Tiger! burning brightIn the forests of the night,What immortal hand or eyeCould frame thy fearful symmetry?In what distant deeps or skiesBurnt the fire of thine eyes?On what wings dare he aspire?What the hand dare seize the fire?And what shoulder, and what art,Could twist the sinews of thy heart?And when thy heart began to beat,What dread hand? and what dread feet?What the hammer? what the chain?In what furnace was thy brain?What the anvil? what dread graspDare its deadly terrors clasp?When the stars threw down their spears,And watered heaven with their tears,Did he smile his work to see?Did he who made the Lamb make thee?Tiger! Tiger! burning brightIn the forests of the night,What immortal hand or eyeDare frame thy fearful symmetry?[1]
[1] English Poetry II: From Collins to Fitzgerald. The Harvard Classics. 1909–14.
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